10 feb 2010

10 Febbraio, per non dimenticare!

FOIBE
Per “Foibe” s’intendono le profonde fenditure che costituiscono un aspetto tipico del territorio carsico al fondo di colline e depressioni che l’erosione millenaria delle acque ha scavato nella roccia. Esse sono il luogo in cui è stato perpetrato uno dei più barbari eccidi che la storia ricordi: in essi furono gettati migliaia di cittadini italiani, nostri compatrioti, spesso ancora vivi, eliminati con particolare efferatezza per motivi politici e di classe dall’esercito di liberazione e dai reparti partigiani del leader comunista jugoslavo, il maresciallo Tito.
L’ arco di tempo in cui sono state effettuate tali “esecuzioni” va dall’autunno 1943 al maggio-giugno 1945. Queste fenditure del terreno erano un ottimo espediente per occultare i cadaveri degli italiani considerati fascisti e di tutti coloro che potevano essere pericolosi per il regime comunista slavo, spesso le cavità venivano fatte saltare con dell’esplosivo per non lasciare traccia del vile massacro.
La cifra più accreditata del numero degli “infoibati” fissa in dieci-dodicimila il numero delle vittime, ma non è mai stata effettuata una ricerca con l’accuratezza necessaria .
La strage delle foibe fu per molti anni una “strage negata” o nascosta e soltanto nel gennaio 2005 uno dei leader ex comunisti italiani, Walter Veltroni, ha finalmente ammesso, recandosi alla foiba di Basovizza, .
Da poco è stato celebrato il “Giorno del Ricordo”, per ricordare le vittime di quella tragedia e le complesse vicende del confine orientale. Da alcuni anni i muri di gomma eretti su questa storia grigia sono franati, e certa storiografia scritta con la penna rossa, con i paraocchi, la storia scritta dai vincitori ha mostrato la sua colpevole ottusità. Eppure questo non basta: la memoria di chi ha vissuto quei terribili anni della follia titina non concede requie. Nidia Cernecca è uno di questi spiriti inquieti condannati a vagare in una terra di esuli senza radici, donna del sudario di tante storie perse sulle montagne altissime della disperazione e dell’odio contro i fascisti. E’ una testimone di quei fatti incivili, era bambina quando nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, viene arrestato, torturato ed ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi; racconta di quelle vicende delle foibe che tanta presunta “scienza” di cattedre e pedanti si ostina ancora a definire semplicemente delle “profondità rocciose”.
Fuggivano gli italiani: intere famiglie o ciò che n’erano rimaste di esse, dopo il massacro avvenuto per opera dei Liberatori-Invasori. Da Pola il piroscafo Toscana faceva la spola tra la sponda orientale e quella occidentale dell’Adriatico. A Venezia – annota ancora la Cernacca- gli istriani furono accolti da sputi e invettive, considerati “fascisti” che non avevano voluto soccombere sotto l’invasione delle truppe di Tito, e nulla i veneziani sapevano dei massacri subiti solo per colpa di essere Italiani. A Bologna, invece, un treno non aveva potuto fermarsi, la Croce Rossa aveva organizzato pasti caldi e latte per vecchi e bimbi. Ma i ferrovieri comunisti avevano minacciato uno sciopero se il convoglio si fosse fermato. L’esodo dei 350.000 istriani, fiumani e dalmati “è stata l’ovvia conseguenza del terrore instaurato dalle forze di occupazione slave, che hanno portato a termine la programmata pulizia etnica, come afferma Milovan Gilas. Quest’ultimo signore era il più importante collaboratore-ideologo del maresciallo Josip Broz Tito e suo fratello d’armi. Nel 1945 raccontò egli stesso: ”fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre gli italiani ad andar via con pressioni d’ogni tipo. E così fu fatto. La tragedia aveva inizio, per soddisfare la follia di Tito per costituire la “settima repubblica” jugoslava e portare la linea di confine sul fiume Isonzo o addirittura sul Tagliamento, a metà strada tra Trieste e Venezia. Sappiamo benissimo quanto sangue hanno versato i nostri compatrioti per portare in quei lembi di terra il tricolore che tanto è stato desiderato durante la “grande guerra”. Palmiro Togliatti, chiamato “il Migliore”, nella veste di ministro di Grazia e Giustizia, promulga nel giugno del 1945 l’amnistia per i reati commessi durante e dopo la guerra. Provvedimento che non si applica, però, a coloro che hanno ucciso i partigiani. L’amnistia permise a molti di coloro che si erano macchiati di vari delitti di uscire dalla latitanza, o addirittura di sedere in parlamento. Quanto a Togliatti, definì i sanguinosi episodi verificatisi dopo l’8 settembre 43 come “una giustizia sommaria fatta dagli stessi istriani contro i fascisti”, cosicché la pulizia etnica viene considerata un’azione nata dalla rabbia popolare per rappresaglia politica. E i governi italiani fino a poco tempo fa, al 16 marzo del 2004, data in cui il senato istituisce la “Giornata del Ricordo”, ”seppur con motivazioni diverse, per non turbare l’equilibrio internazionale e per opportunismo nazionale, hanno deliberatamente tenuta nascosta e ignorata la storia di quelle terre italiane”. Il 6 aprile 1945 la Federazione Comunista di Udine affiggeva un volantino in cui era scritto: “Friulani! Dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche”. Ma lo spazio dovuto al comunismo Titino significò dolore e morte per gli italiani infoibati. Per onorare quegli eroi senza tomba, decine e decine di città dello stivale hanno provveduto opportunamente a intitolare strade ai martiri delle foibe. Un popolo, al di là di qualsiasi troppo facile accusa di revisionismo, è veramente tale solo quando conserva la memoria di se stesso e dei proprio morti, non c’è futuro senza il ricordo del passato, perché per cambiare, per migliorare le nostre vite dobbiamo prima sapere chi siamo e da dove veniamo.

7 gen 2010

In memorai dei ragazzi di Acca Larentia e tutti i Cuori Neri

 
La Compagnia dell'anello - vivere davvero

Dove vai, ma dove stai correndo? 
Forse dove è già il tuo cuore. 
Basta un attimo e ciò che stai vivendo 
prende il volo e muore. 
Dove sei adesso? Lassù dove pensavi? 
Da lì dirai "Ragazzi, state svegli!" 
Ma c'è un modo solo per non morire mai 
e quel modo è vivere davvero. 
Ma c'è un modo solo e questo tu lo sai 
ed avevi quello sguardo fiero. 
Come fare adesso senza quel tuo sguardo, 
sguardo vivo di chi sogna e crede. 
Io lo so che fare oltre a non dimenticare, 
perché, sciacalli, adesso lui vi vede. 
Ma c'è un modo solo per non morire mai 
e quel modo è vivere davvero. 
Ma c'è un modo solo e questo tu lo sai 
ed avevi quello sguardo fiero. 
Io lo so che fare, non provo più dolore, 
con il tuo sorriso chiuso nel mio cuore. 
Io lo so che fare, non smetto di sognare 
e non ci potranno più fermare.

Francesco Mancinelli -  Generazione '78

E ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato,
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato,
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto.
Cominciava tutto un giorno, forse un giorno maledetto,
frequentando certa gente di sicuro differente,
è un battesimo di rito con il fiato stretto in gola,
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola,
e inciampare in un destino che ti cresceva dentro da bambino,
ed un ciondolo d'argento che ti tieni intorno al collo,
odio e amore per cercare di capire una logica ideale,
una logica ideale a cui ciecamente credi.

E tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri,
perché sa che non perdona questa guerra,
perché sa che non ha pace la sua terra
Un partito, vecchia storia, un'eredità che scotta,
nell'ambiguità di sempre come un senso di sconfitta,
e ignorare circostanze, giochi assurdi di potere,
che ne sai di quel passato di nostalgiche illusioni,
di un confronto che da sempre si è attuato coi bastoni?
E sentirsi viver dentro, a vent'anni, all'occasione,
per cercar di dare un senso alla tua Rivoluzione.
Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri,
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi
e la tua generazione scagliò al vento le bandiere,
gonfiò l'aria di vendetta senza lutto, né preghiere,
su quei passi da gigante, per un attimo esitare,
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale,
fra le lacrime ed i vortici di fumo,
da quei giorni la promessa di restare
tutti figli di nessuno.

Pochi giorni di prigione ti rischiarano la vista,
dimmi, come ci si sente, con un'ombra da estremista?
Cosa provi nelle farse di avvocati e tribunali?
Ed Alberto che è finito dentro l'occhio di un mirino,
la Democrazia mandante, un agente l'assassino.
E Francesco che è volato sull'asfalto di un cortile,
con le chiavi strette in mano, strano modo per morire.
Braccia tese ai funerali ed un coro contro il vento,
"oggi è morto un Camerata ne rinascono altri cento".
E il silenzio di un'accusa che rimbalza su ogni muro,
questa volta pagheranno te lo giuro

Poi la sfida nelle piazze ed i sassi nelle mani,
caroselli di sirene echi sempre più lontani,
quelle bare non ancora vendicate
le ferite quasi mai rimarginate.

Ma poi il vento soffiò forte, ti donò quell'occasione,
di combattere il sistema in un'altra posizione,
tra la fine del marxismo e i riflussi del momento,
costruire il movimento tra le angosce dei quartieri.
Ed un popolo, una lotta chiodo fisso nei pensieri
e generazioni nuove in cui tu credevi tanto.
Poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto.
E al segnale stabilito si da il via alla grande caccia,
i fucili che ora puntano alla faccia,
le retate in grande stile dentro all'occhio del ciclone,
tra le spire della santa inquisizione.

Poi le tappe di una crisi, di una storia consumata,
di chi trova la sua morte armi in pugno nella strada,
di chi viene suicidato in una stanza di chi scappa
di chi chiude nei cassetti anche l'ultima speranza.

E ti svegli una mattina, sulle labbra una canzone,
e l'immagine si perde sulla tua generazione,
quei ragazzi un po’ ribelli un po’ guerrieri,
che hanno chiuso nei cassetti e dentro ai cuori
tanti fazzoletti neri